Prime Esperienze
Il direttore, l'amante e la segretaria
09.12.2025 |
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"Il divano era proprio davanti alla porta e quindi la segretaria la vide che glielo prendeva in mano e lo iniziava a menare, mentre si leccava completamente il medio dell’altra mano che poi..."
Quel giorno aveva una gonna lunga, nera, leggera, a due strati. quello esterno più leggero, pizzi neri, volteggiava appena un filo di vento spostava l'aria. Sotto, appena più sotto, un tessuto coprente evitava che lei fosse esposta agli sguardi di tutti, di tutti coloro i quali, notando il tacco e la naturale complessità del sedere (e le spalle e il portamento, dritta guardava dinanzi a sé, senza riverenze, diretta e sicura) si giravano al suo passaggio, inseguendo con la fantasia quel che non si poteva non notare: le gambe sode e ben disegnate, le caviglie sottili avvolte nelle calze velate.Arrivata in piazza Cordusio svoltò nella prima viuzza a destra e di lì subito dentro al primo portone.
Al terzo piano, la segretaria la riconobbe e la annunciò prontamente al direttore che la stava aspettando.
Chiusa la porta, lui la abbracciò con foga. La giacca, la cravatta e la camicia che gli stringevano il torace, grosso, le si premettero contro. Cercò di baciarla. Lei si ritrasse.
Con la forza delle braccia lo spinse un poco più in là. "Siediti" gli ordinò.
Era una cosa che la eccitava. Essere lì, nell'ufficio del suo amante, in pieno centro a Milano, in quella banca così nota e importante e comandare lei.
Lui si sedette, mormorando: "Ti voglio"
"Mi avrai" lo rassicurò lei "Ma adesso fai il bravo e stai seduto fermo e zitto."
Poi con noncuranza si girò, dandogli le spalle e aprì l'armadio che faceva da guardaroba. Lì si tolse la giacca di pelle, rimanendo con una camicetta di seta scura. La collana brillava sul tessuto nero e alla luce pomeridiana che entrava dalla grande finestra che dava proprio sulla fermata del tram.
Con calma si ravviò i capelli, buttandoli indietro e carezzandoli.
Pregustava, intanto, la sua eccitazione. Voleva portarlo allo spasimo, all'ennesima potenza, ad essere pronto, come nei film, a spaccare vetrine e rompere cancelli pur di averla.
Lui si mosse. Lei se ne accorse. Nervosismo. Stoffa tesa dei pantaloni. "Fermo ti ho detto. E non toccarti, come un bambino" Passeggiando lentamente per l'ufficio e carezzando la libreria di mogano lei gli chiese: "Quanto tempo abbiamo?"
"Pochissimo" rispose lui.
"Chiama la segretaria e annulla tutto fino alle cinque"
"Sei pazza. Non posso. Ho tre appuntamenti in agenda e uno anche con l’Amministratore Delegato"
"E allora niente. Non mi interessa" fece lei dirigendosi verso l'armadio, come a riprendersi la giacca "sai bene che non sono donna da sveltine." E ancora, dopo una pausa "Se non potevi, bastava dirlo e non sarei venuta."
"Ma..." balbettò lui.
"Niente ma! O hai tempo per me, almeno per scopare come si deve o niente e ne riparliamo quando potremo. A proposito quando potremo? Un mese? Due?" Silenzio. Pausa. Lei si avvicinò lentamente e mollemente alla poltroncina dove lui era inchiodato da quando lei era entrata, lo guardò fisso negli occhi e gli sorrise maliziosa "sei sempre così occupato..." Pausa. “Dovrò trovarmi un altro amante, mi sa, sai…”
Lui si alzò e andò quasi con furia alla scrivania. Prese il telefono e cercando di tenere un tono normale annullò tutti gli impegni del pomeriggio. ”Un’emergenza” disse.
La segretaria di là dalla parta sorrise. Quanto le sarebbe piaciuto essere lei chiusa in ufficio con il suo capo.
"Bene." Commentò lei, riprendendo a camminare lentamente per l’ufficio. "Bravo" disse ancora e poi "E adesso vieni qui che ho voglia"
Al che lei, invece d'andare verso di lui, si diresse alla grande finestra e appoggiò le mani al vetro e girando la testa verso l’interno della stanza disse "Solleva la gonna e prendimi, se sei capace"
Lui si avvicinò a grandi passi, intanto che con la destra si abbassava la zip. Arrivatale vicino le sollevò la gonna fino alla vita. Aveva un culo fantastico e lui, e anche lei, lo sapeva bene. Le mutandine di pizzo sparivano in mezzo. Lui allungò una mano per carezzarla.
Lei guardò fuori dalla finestra. La piazza era gremita di gente che veniva e andava verso piazza del Duomo o il Castello Sforzesco. Un gruppo di sudamericani strimpellava e cantava una famosa canzone di lotta comunista. Un tizio con un coltellino incideva la verdura fresca ricavandone figure ornamentali. Chiunque avesse alzato lo sguardo l’avrebbe vista con la mani appoggiate al vetro che osservava leggermente piegata in avanti il fluire della folla.
Mentre la mano di lui, dopo averle accarezzato a lungo il sedere sodo e duro, stava scendendo sotto e davanti, lei osservò con un tono secco che non ammetteva repliche "Non ti preoccupare: sono pronta. Prendimi se sei capace."
Lui non obbedì, almeno non subito, se ne fregò e continuò a carezzarla. Era vero. Era pronta. Molto pronta.
Lui se lo tirò fuori dalla patta già slacciata, glielo appoggiò per un attimo. poi con una leggerissima pressione entrò.
Lei sospirò forte. Molto forte. Le piaceva pensare che di là dalla porta gli impiegati del suo amante sapessero cosa stavano facendo. "Finalmente, amore mio" disse forte e chiaro.
Di là, la segretaria, chiusa a sua volta la porta della sua stanza, si era appoggiata alla porta e aveva poggiato l’orecchio allo stipite.
Fuori, la città si muoveva e un tram, enorme, giallo, passava proprio in quel momento sferragliando.
Alzando lo sguardo, lei vide di là dalla piazza gente fuori in un balconcino a fumare. Pensò a quel che potevano vedere. lei, con le mani appoggiate al vetro, e dietro, la sagoma scura del suo amante che si muoveva ritmicamente.
Infatti, ebbe l’impressione che due tizi li avessero notati, tanto che dopo poco i due erano diventati tre e poi quattro. Lei poggiò al vetro anche la guancia, intanto che i colpi di lui la stavano portando definitivamente in orbita. Per un attimo lei pensò di slacciarsi la camicetta così da lasciar intuire dall’altra parte della piazza il suo seno prepotente, ma un improvviso aumento del ritmo del suo amante la sorprese, le cavò fuori un lamento forte, come da animale ferito, e ad un colpo ancora più deciso lei venne.
Tirandosi su e girandosi verso di lui, lei disse: "come antipasto bene. mettiti sul divano. Nudo. Completamente."
Lui si allontanò e ubbidì.
Dal buco della serratura la sua segretaria lo vide togliersi la camicia e la cravatta per poi abbassare completamente e togliersi i pantaloni. Il suo battacchio rosso fuoco dondolava tra le cosce. L’aveva già visto così tutte le volte che quella là lo veniva a trovare. Non aveva mai capito se fosse una puttana e fossero davvero amanti.
Il divano era proprio davanti alla porta e quindi la segretaria la vide che glielo prendeva in mano e lo iniziava a menare, mentre si leccava completamente il medio dell’altra mano che poi introduceva sotto al sedere del suo capo che ad un certo punto inarcò la schiena, emise un sospiro e nello stesso tempo la cappella sembrò quasi esplodere nella mano di lei che gliela stringeva forte.
Un rumore tradì la segretaria di là dalla porta. Nell'eccitazione diede un colpo al battente. Il suono secco rimbombò alle orecchie del direttore e della sua amante.
I due nella stanza si fermarono un attimo. Poi lei gli disse: “Fai entrare quella troietta” Lui scosse la testa, ma lei ripeté: “Falla entrare”
“Entri, signorina” ordinò lui senza muoversi dal divano.
Quella lentamente aprì la porta. Era rossa in viso e mormorò delle scuse, qualcosa come che non voleva e che non l’avrebbe mai detto a nessuno.
“Zitta” ordinò lei. “Vieni qui e spogliati completamente anche tu, come il tuo capo”
“Ma, io…”
“Zitta e spogliati”.
La segretaria guardò il suo capo che assentendo le disse: “Si spogli, signorina”
“Io non sono pronta” piagnucolò.
“Meglio” disse lei per poi ripetere “Zitta e spogliati completamente”
Quando fu nuda in piedi davanti a loro, lei gli chiese: “Te lo immaginavi che qui, la signorina come la chiami tu, avesse queste belle tette e questo bel culetto?”
Lui scosse la testa.
“Siete proprio una bella coppia” osservò lei. Poi rialzandosi ordinò: “Sono stanca di menarlo. Vieni qui tu e fagli quel pompino che è anni che sogni di fargli, troietta”
“Non mi chiami così, signora”
“Zitta, troietta. Vieni qui e fagli un pompino”
La segretaria si inginocchiò e iniziò a fare quello che le era stato ordinato di fare. L'amante le si avvicinò e le tastò la figa. Pronta.
“Sei dell’altezza giusta per poter continuare a fargli un pompino anche stando in piedi piegata in avanti. Alzati e obbedisci”
Quella si alzò e si chinò a succhiargli in cazzo stando in piedi. L'amante da dietro le allargò leggermente le gambe, poi si mise seduta sotto di lei e iniziò ad assaggiarla e leccarla. Aveva una figa giovane e sugosa. La segretaria per un attimo smise di omaggiare il cazzo del suo capo, ma appoggiando le mani la divano e allargando ancora di più le gambe sospirò pesantemente.
“Sei vergine?” le chiese lei.
Quella scossa la testa in un sì.
“La verginella è mia." disse lei per poi riprendere a tormentarle la passera. Dopo poco. Essendo scomoda in quella posizione disse "Alzati tu e lascia il posto alla tua segretaria e tu invece, troietta, sdraiati sul divano a gambe larghe.
“Cosa mi vuol fare?”
“Zitta, troietta. Apri le cosce, troia” e prese a leccarla e violarle il sedere con le dita. Nessuno le aveva mai violato il sedere. Sulle prima le diede fastidio, poi man mano che la signora la leccava e le entrava e usciva dal culo con una, due e tre dita, lei, la ragazza si eccitò enormemente. Lei se ne accorse e le disse: "Sei una troietta si o no?" "Sì, sì, sono una troietta, signora" Al che lei alzando un attimo la testa dalla figa della ragazza, si girò ed ordinò: “Che aspetti?!? Scopami da dietro”
Quando lo sentì entrare, si inarcò e riprese a leccare e carezzare e violare la ragazza che sempre più rossa in viso e sempre più imbarazzata cercava di contenere il piacere crescente strozzando in gola i mugolii che le venivano sempre più spesso.
Quando la segretaria vide il suo capo afferrare i fianchi di quella signora e montarla quasi fosse una vacca da monta e quella, la signora, che non smetteva di agitare la lingua e le dita su di lei e dentro di lei, fino in fondo al suo culetto e che ciò nonostante mormorava ogni tanto un bravo al suo capo oppure un godi troietta a lei per terminare con il viso tutto affondato sulla sua passera bagnata all’infinito urlando un “vengo” belluino, ecco, in quel momento la ragazza, intanto che anche il suo capo lanciava come un lamento da animale ferito tirando fuori il suo cazzo e bagnando la schiena della signora, nonostante la signora avesse smesso di leccarla e solo il suo naso fosse ficcato dentro alla sua fessura e dalle narici uscisse il suo fiato bollente, ecco anche la ragazza venne.
Ci volle un bel po’ perché tutti e tre ritrovassero un minimo di forma. Poi rivestiti, lui le disse: “Grazie, signorina” e lei se ne andò in silenzio.
Rimasti soli, lei gli disse: “la prossima volta, se farai il bravo ci facciamo scopare tutte e due. Ti piace l’idea?”
Poi accarezzandogli per l’ultima volta la patta, gli si avvicinò, gli alitò all’orecchio e gli sussurrò: “Direi che l’idea ti piace e anche parecchio. Peccato tu non abbia più tempo oggi.” E ancora sempre carezzandogli l’inguine teso: “visto che hai ancora appetito, stasera fai contenta quella santa di tua moglie. Daglielo. Vedrai che gradisce. Te lo assicuro"
Poi allontanandosi e aprendo la porta concluse: “Io vado. Chiamami quando hai un pomeriggio libero per me e per la troietta qui” e passando le strizzò l’occhio.
Lei, la segretaria, voleva sprofondare. Si chiedeva se con tutte quelle dita fosse ancora vergine e, in caso contrario, cosa dire al fidanzato che era un anno che gliela chiedeva e a cui lei invece concedeva solo ogni tanto qualche pompino.
Uscendo quella sera dall’ufficio, la segretaria decise che era troppo agitata e quella sera doveva fare qualcosa. Col suo fidanzato? No, con lui non poteva. Col cellulare chiamò suo cugino. Era quello con cui da ragazzi si erano masturbati a vicenda e ogni tanto ancora. Lui aveva un sacco di ragazze. Sicuramente sapeva come e cosa fare. Magari dietro. Davanti no. Le era rimasto un appetito e una agitazione che le sembrava impazzire. Arrivata a casa del cugino non lo lasciò neanche parlare che gli tirò fuori il cazzo e iniziò a laccarglielo per poi, spogliatasi, dirgli: "Dammelo, ma voglio rimanere vergine" "Che ti è successo oggi?" gli chiese lui e lei ripetendo quel che aveva sentito in ufficio gli rispose "zitto, Mario, e scopami. Il culo, però!"
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